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giovedì 24 luglio 2025

Arturo Merzario: da "bambino birichino" a pezzo di storia del Motorsport

Lui è lì: continua a girare e rigirare intorno alla “Pantera Gruppo V” scrutandola in ogni minimo dettaglio, al punto da non riuscire a distinguere chi sia il vero “predatore” tra i due. Arturo Merzario, classe 1943, ed una carriera pressoché infinita nel mondo del motorsport (Formula1, Formula2, Prototipi, 24h di Le Mans, GT), prepara la sua vettura con quella meticolosa scrupolosità di chi fa questo praticamente da sempre, ma con lo stesso immutato entusiasmo del primo giorno.

Quando arrivo nel box per chiedergli di concedermi un’intervista, è proprio questo lo scenario che mi trovo davanti. Arturo non è convinto dell’assetto, bisogna riconfigurare il tutto. E non importa quanto lavoro ci sia alle spalle di quel risultato, il suo feeling non collima con quanto concretizzato. È un assoluto gioco di squadra in cui supervisiona e collabora in prima persona, con il suo cappellino bianco e la sua riccia capigliatura marchio di fabbrica, con una vitalità ed una prontezza di spirito che cancellano completamente il pensiero degli anni che ha in chi lo osserva. Certo, qualcuno dei suoi uomini pensa che il merito sia anche delle innumerevoli lattine di Coca Cola che sorseggia quotidianamente, e probabilmente sarà anche in parte vero. Ma con quella verve lì ci nasci.

Parlare con Arturo è stato un viaggio nella sua stessa storia, spesso interrotto da telefonate, impegni dimenticati, persone che lo cercano e tifosi che gli chiedono una foto. Ma soprattutto, un privilegio del quale gli sono estremamente grata.

Ph: Silvia Napoletano

Papà imprenditore edile, mamma insegnante: da dove salta fuori questa passione?

Papà era originario di una famiglia per così dire “fortunosa”, in quanto già da giovane aveva la possibilità di utilizzare – anche se oramai le parole sono diverse – i cosiddetti motocarri, dunque avendo un’impresa edilizia aveva accesso a queste tipologie di motori. In più papa è nato e cresciuto come me in un paese che si chiama Civenna, nei pressi del famoso circuito del Lario, vicino al Lago di Como: io ho iniziato a fare il birichino su quelle strade prima coi motorini, poi con le moto, sino ad arrivare alle automobili. Mi reputo un privilegiato poiché la nostra famiglia non era ricca, ma apparteneva ad un ceto medio-bene, per cui già quando ero piccolo mio papà aveva certe macchine…E che macchine! Ad esempio: la Balilla Coppa d’Oro, la Ferrari 2+2, la Maserati Civic. Quando ho compiuto 18 anni ho avuto la fortuna che i miei genitori mi regalassero una Seicento Abarth 750, ed in seguito quando mi sono impratichito bene, mi hanno regalato anche una Giulietta Spider e da lì in poi, precisamente il 14 ottobre 1962, ho partecipato alla mia prima gara a Monza. Un battesimo di fuoco!

Raccontami.

In mezzo a piloti del calibro di Giancarlo Baghetti e Lorenzo Bandini, io risultavo essere davvero un bambino: d’altronde all’epoca a 18 anni si era bambini, poiché nel motorsport si cominciava a fare sul serio dopo i 30 anni, dunque io ero fuori dal normale…E già alla prima gara, per fortuna, per abilità o semplicemente destino, con una macchina inferiore mi classificai ottavo su 36 partenti. E lì Mario Angiolini – patron della Jolly Club, famosa scuderia di Milano – capì che potevo avere un discreto potenziale talentuoso, e mi propose subito se volevo entrare a far parte del suo team. Addirittura mi disse che se fossi andato bene mi avrebbe anche già riconosciuto le spese, il che era davvero una roba assurda per me.

Come seconda gara ho partecipato al Rally di Sardegna, e per fortuna o “fattore C”, ne uscii vincitore della categoria GT: da lì mi lasciai convincere. In verità non è che avessi partecipato perché la mia idea era fare il pilota, neanche ci pensavo…Io mi divertivo! E forse è proprio quello il punto, ciò che facevo era spontaneo e neanche minimamente calcolato.

Data la tua immensa esperienza, qual è il successo di cui vai più fiero?

Non è un successo sportivo. Io ho perso 52 amici. Il primo successo vero è essere qui a poter dialogare con te: non mi reputo fortunato, ma molto molto di più. Certo, è altrettanto vero che tante cose non sono andato a cercarmele…

C’è stato un momento in particolare in cui hai pensato: “Ce l’ho fatta”?

Ce l’ho fatta sì, ma ad evitare una spiacevole conseguenza di un incidente pericoloso, in questo senso ce l’ho fatta. Il mio mantra è quello delle “Tre P”: prevedere, prevenire, programmare. Dunque essere sempre all’erta mi ha molto aiutato in questo. Infatti quando mi ponevano la domanda: “Ma tu hai paura di correre?”, tutti i piloti tendenzialmente rispondono sempre di no, ma io invece rispondevo di sì, ed anche di più! La mia paura non era l’incidente in sé, ma le conseguenze stesse dell’incidente: all’epoca se eri fortunato finivi in ospedale, ma altrimenti…

Sportivamente parlando, c’è qualcosa che ti manca che avresti voluto fare e non hai fatto?

Assolutamente no!

Come è cambiato il tuo stile di guida negli anni?

Siccome purtroppo sono cambiate le automobili, in certe occasioni ho dovuto cambiare stile di guida, anche perché ci si deve adeguare alle nuove tecnologie elettroniche. Ma ciò non toglie che quando ritorno a fare delle gare con delle macchine vintage, ci godo tanto perché utilizzo ancora le macchine vecchia maniera, dove c’è un acceleratore, una frizione, un freno, e non ci sono ‘ste palette e ‘sti pulsanti…. Certo, riconosco essere una comodità assoluta anche per l’utente stradale, però laddove ci devi mettere la passione sportiva, ahimè, serve a ben poco.

Mi racconti dell’incidente di Niki Lauda del 1976 al Nürburgring?

Un incidente di percorso. L’occasione è stata tale che in realtà non so nemmeno io perché mi sia fermato, non è che per abitudine facessi la Croce Rossa… In quell’occasione particolare nemmeno sapevo che fosse Niki, per me era semplicemente un’automobile che andando a sbattere fuoripista si era incendiata. Poteva essere davvero chiunque. A posteriori ne sono rimasto davvero soddisfatto, perché le testimonianze dei medici hanno sottolineato che il mio intervento – l’ho estratto dalle fiamme, gli ho praticato massaggio cardiaco e respirazione artificiale – gli ha consentito di non entrare in coma. Il tutto per circa una trentina di secondi: un caso fortuito della vita.

Ed il tuo rapporto con lui in seguito com’era?

Noi eravamo nemici prima ed amici poi. Chiaramente in pista si è sempre e comunque tutti nemici, poi alla bandiera a scacchi si può anche uscire insieme. Ma in pista è assurdo pensare che qualcuno aiuti l’altro, non è vero. Come del resto in tutti gli sport.

Correre per me è…

È una grande soddisfazione. Ho questo desiderio e questa passione innata per il motorsport che non ha eguali. Sono ancora qua non solo perché poi è diventato un lavoro, ma lo faccio ancora con grande trasporto e col gusto di divertirmi, perché altrimenti potrei starmene in barca. Poi per me le macchine hanno tutte un perché, non ce n’è una migliore, una peggiore, una preferita… L’auto è come la donna: ogni donna ha il suo perché, e tutte sono di gran valore a modo proprio.

Silvia Napoletano

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(Foto di copertina: Claudia Cavalleri)